Intervento di Madre Lucia

 

Per conoscere meglio le Monache Domenicane

Intervento di Madre Lucia Soncini all’incontro degli “Amici”

23 marzo 2018

Un caro saluto e augurio a tutti gli “Amici del Monastero di San Sigismondo”. Saluti e auguri non solo miei, ma di tutte le mie Consorelle. Quando, infatti, una monaca è richiesta in parlatorio come ora, non svolge un compito a titolo personale, ma esprime la sua intera Comunità che, anche se non presente fisicamente, è ugualmente coinvolta in maniera vera e profonda con la Sorella che la rappresenta. Questo accade perché la vita domenicana è essenzialmente una vita di fraternità condivisa nella Comunità. Così, infatti, chiede la nostra Regola: “Riunite insieme, per abitare in piena concordia nella stessa casa e avere un’anima sola e un cuore solo in Dio”, noi monache, 24 ore al giorno, abbiamo come primo impegno la realizzazione di questo ideale di unanimità protesa verso Dio.

Per conoscere almeno un po’ le Monache Domenicane, è bene sintetizzare alcuni punti della vita del Fondatore del nostro Ordine, San Domenico di Gusman.

Domenico nasce in una famiglia blasonata della Spagna, nell’anno circa 1170. La madre Giovanna, ottima cristiana, lo educa alla fede insieme al fratello Mannes, che diverrà lui pure frate domenicano, venerato come beato. Domenico viene introdotto agli studi da uno zio sacerdote e da lui incamminato verso la vita clericale. Una volta ordinato sceglierà la vita canonicale presso la cattedrale di Osma.

È contemporaneo di Francesco d’Assisi, col quale si incontrerà a Roma quando i rispettivi Ordini staranno per muovere i primi passi nella Chiesa, ma le due vocazioni si differenziano nella modalità del loro servizio ecclesiale.

Domenico accompagna il suo Vescovo Diego in viaggi attraverso l’Europa che oggi diremmo diplomatici. Insieme hanno modo di conoscere la nefasta diffusione dell’eresia catara che infesta i Paesi del Nord e dilaga per l’ignoranza del Vangelo a causa l’insufficienza di predicatori della Verità. La Chiesa era in grave decadenza: gli errori dottrinali e morali dilagavano senza argini. Il Vescovo Diego e il canonico Domenico si sentono chiamati, più che ad azioni diplomatiche, al coraggio dell’evangelizzazione secondo uno stile di vita povero, ad imitazione degli Apostoli.

Il Papa aveva già inviato a suo tempo predicatori preparati per una missione rivolta agli eretici: erano Abati con tutto il loro seguito di monaci e laici che purtroppo, pur con buone intenzioni, avevano più l’assetto di conquistatori o di crociati che di evangelizzatori. Gli eretici non prestavano orecchio a questi inviati papali: i loro carri e i loro cavalli coi rispettivi seguiti di servi non davano garanzia di fedeltà al Vangelo. I predicatori dell’eresia, invece, ostentavano una apparente povertà e riscuotevano ampi consensi e adesioni.

Domenico comprende il nodo del problema e si determina a predicare in povertà e umiltà, in modo itinerante e indefesso il Vangelo di Verità non per conquistare territori ma solo per portare alle coscienze la luce di Cristo che libera e che salva. Inizia così, col vescovo Diego, un intenso lavoro di annuncio e di apostolato. Ben presto egli comprende per esperienza diretta che l’evangelizzazione ha bisogno della Grazia di Dio che sola apre i cuori di chi ascolta.

Domenico aveva aiutato alcune donne a convertirsi dall’eresia e le aveva associate al suo ministero perché, con la preghiera e una fervente vita cristiana, fossero come le mani alzate a Dio per ottenere docilità e apertura al Vangelo quando veniva predicato. È questo il primo nucleo di donne, ubicato a Prouille, in Francia, nel cuore della zona infestata dall’eresia, che diverrà nel 1206 il monastero domenicano di Santa Maria. L’Ordine fondato da San Domenico nasce pertanto con le Monache.

Altri frati poi si uniranno a lui per una vita itinerante ed evangelica, ma solo nel 1216 essi avranno l’approvazione pontificia col nome ufficiale di Frati Predicatori.

Come può una comunità di monache che pregano per una missione non espletata direttamente da loro, che vivono ritirate dal mondo, in silenzio, essere parte integrante di un Ordine apostolico detto “dei Predicatori”?

La nostra predicazione è essenzialmente una “predicazione di vita” che si propone per il fatto stesso che esiste in un determinato tempo e luogo.

Un monastero innanzitutto “predica” o annuncia che Dio esiste! In un mondo in cui serpeggia sempre più la tentazione dell’idolatria – cioè l’adorazione di esseri o cose che non sono Dio – esso dice con forza la bellezza di riconoscere Dio come Creatore e Signore e di dedicarsi a Lui con gioia in modo totalizzante e per sempre.

Su questa terra sono importanti tante cose: il sapere, la salute, la famiglia, il lavoro, i soldi, ecc. e possono essere lecitamente perseguite secondo un progetto razionale e – per chi ha fede – anche religioso. Tutte queste cose, però, per quanto buone, giuste e belle, non sono Dio. Quindi non vanno adorate!

Da questo principio fondamentale nasce uno stile di testimonianza che rende la vita monastica una predicazione in atto, fatta non tanto di parole quanto di esempio.

Accennavo sopra alla nostra vita fraterna in Comunità: anche questa resta per noi un annuncio permanente della possibilità di vivere il comandamento dell’amore e di attuarlo in tutte le sue esigenze. Predicazione non facile, ma indubbiamente efficace, innanzitutto per noi che la viviamo, e poi per chi in qualche modo viene a contatto della Comunità.

San Domenico e i suoi Frati, come dicevo, si proposero di predicare il Vangelo mendicando giorno per giorno il pane della Comunità. Anche per le sue monache il Fondatore scelse una povertà volontaria, una povertà di spirito fatta di somma sobrietà e di dipendenza dalla Provvidenza e di uso comune di tutte le cose; una povertà che testimonia la possibilità di vincere la cupidigia a imitazione di Cristo che “da ricco che era si è fatto povero” e che quindi predica al di là e più di tanti discorsi.

Altra “predicazione” tipicamente monastica è la nostra preghiera quotidiana alla quale riserviamo dalle 6 alle 7 ore al giorno. È una preghiera bella, solenne, fatta sempre con la Chiesa e a nome di tutta la Chiesa, anche quando siamo sole nel cuore della notte. È proprio in queste ore che sperimentiamo l’ampiezza della nostra vocazione perché possiamo abbracciare il mondo intero così com’è davanti agli occhi di Dio e intercedere per esso.

Questa è una delle espressioni più alte della nostra femminilità: donne consacrate sì all’amore di Dio, ma anche pienamente donne consacrate all’amore degli uomini nostri fratelli. Non ha importanza che essi lo sappiano o no: chi opera non siamo noi ma è Dio stesso!

Ci tengo a sottolineare che siamo donne consacrate all’Amore, cioè donne che sperimentano la verità della donazione gratuita a Dio e – attraverso Dio – a chi più ha bisogno della Sua misericordia, donne che per Grazia sperimentano la bellezza della maternità spirituale in tutte le sue sfumature, e che ha il potere di conservarci sempre giovani!

Questo vorrebbe dissipare un certo dire che in Monastero si va per stare quiete e in pace, senza fastidi…. Se così fosse, noi non potremmo avere un’apertura interiore a 360o come lo esige la nostra vocazione domenicana che percorre le vie del mondo per annunciare Cristo unico nostro Salvatore.

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